2012/03/13

Il mio Kenya: il mal d'Africa esiste ma è un'altra cosa

Dove: Watamu, Kenya
Il paesaggio della savana tipico del Kenya, nel parco dello Tsavo Est

Il Kenya - per come l'ho visto io - offre macroscopicamente due attrattive commerciali: il mare con i soliti annessi e connessi, e i safari.

Non sono un grande appassionato della classica vacanza di mare, quelle che ti propinano ovunque con la spiaggia più bella del mondo, che guarda caso si sposta di Paese in Paese ed è ovunque, tra un po' anche sulle Alpi. Il safari, di per sé, mi ha deluso.

Da questa due premesse si può dedurre quanto mi abbiano esaltato 9 giorni in Kenya, nonostante si tratti di un Paese comunque ricco di alcuni spunti interessanti, che nel complesso offre poco di esclusivo, se non uno scorcio della Africa nera, quella che spesso vediamo solo da lontano tramite al TV, e che si sembra così distante, mentre è lì, a poche ore di aereo e a pochi minuti dall'Hotel.

Quest'ultima sfaccettatura è probabilmente l'unica ragione che reputo giustificabile e dal mio punto di vista forse anche sufficiente, per scegliere una vacanza in Kenya, piuttosto che in qualunque altro luogo.

"Settemari Club, che splendida vacanza!"

Questa la solita pacchiana sigletta dell'animazione del Garoda Resort della Settemari, ottimo villaggio in cui abbiamo trascorso il nostro soggiorno, situato a Watamu, città che - ci spiega un guida - fino a circa 100 anni fa veniva utilizzata più che altro per scaricare la spazzatura proveniente dalle città vicine... tendenza che a ben vedere il paese sembra non essere tramontata al giorno d'oggi.

Uno scorcio di Watamu e della sua storia di discarica

Nonostante, ciò il Garoda sorge su una delle migliori spiagge del Kenya. Migliore solo in caso di bassa marea, quando è possibile godere di acqua più pulita e cristallina, sebbene le infradito siano quanto meno utili per il fondo spesso tagliente e pronto ad affettare le piante dei piedi; appena si alza la marea, però, si nuota fra le alghe.

La spiaggia davanti al Garoda Resort: la marea era già alta

Caratteristica estremamente positiva del Garoda è la cucina: buffet italiano eccelso, pranzo, cena e colazione, migliore di molti ristoranti nostrani e soddisfacente sotto ogni punto di vista. Un pregio che farà contenti anche quegli italiani che pretenderebbero di trovare la pizza, gli spaghetti o la mozzarella anche sulla luna.
L'altro lato della medaglia è che se il vostro obiettivo è quello di mangiare specialità africane... be'... le mangerete più facilmente in Italia, magari a Milano.

Buffet durante la cena africana, anche se i sapori erano molto musulmani e poco africani

Discreta nel complesso l'animazione, attiva al punto giusto e capace di offrire spettacoli interessanti come l'esibizione dei Kenyan Boys, show acrobatico decisamente notevole, con alcuni saltimbanchi del posto pronti ad aggrovigliarsi l'uno sull'altro in maniera spettacolare.

Ci sono però pure momenti veramente trash come la serata cabaret, credo la peggior serata di cabaret cui il genere umano (e forse sub-umano) possa assistere. Gli animatori riescono nell'iperbolica impresa di rendere alcune vetuste e pessime barzellette ancor peggiori dell'originale; un'impresa titanica che però è riuscita alla perfezione. Il tutto si è poi concluso scimmiottando la versione dei Neri Per Caso dei Fichi D'India - di per sé già oscena - per decretare il degno finale di uno degli spettacoli di cabaret meno divertenti che si possano immaginare. Serata da evitare più della malaria.

Una citazione merita anche la serata astronomica. Si parte con buone premesse di osservazione del cielo durante al notte, subito deluse dal telescopio che si guasta.
Addio osservazione ma non solo: la serata sfocia nella bruttezza, con le deliranti teorie di un pazzoide, il sedicente "astronomo", ispirate da un tale Richard C. Hoagland, che ci narra le gesta di presunte civiltà ultra tecnologiche antidiluviane, che avrebbero popolato il nostro pianeta milioni di anni fa, dotate di raggi laser e forse anche magli perforanti, con tanto di negazione della teoria dell'evoluzione, definita "il più grande errore della storia". Alla faccia della scienza.

Beach Boys, croce e delizia della spiaggia kenyota

L'aspetto che più contraddistingue le spiagge kenyote i beach boys: ragazzi della zona che popolano il litorale, pronti ad assaltarvi non appena metterete un alluce sul bagnasciuga, proponendovi di acquistare qualunque cosa, da un'escursione in safari, a una targhetta con inciso il vostro nome, chiedendovi alla fine uno zaino o altro da lasciar loro in regalo.

C'è una sorta di contradditorietà nella loro presenza: da una parte sono talmente rompicoglioni che verrebbe voglia di seppellirli nella sabbia; capaci di attaccarsi come piattole e di non concedervi nemmeno un secondo di tranquillità, escogitano modi e richieste al limite del delirante per spillarvi soldi, a volte riuscendoci sagacemente.
Durante una gita in barca ci siamo fermati a pasturare il mare con del pane, per attirare i pesci durante l'attività di snorkeling. I pesci si avventavano sui pezzi di pane con la stessa foga con cui i beach boys si avventano sui turisti.

Spiaggia del Garoda Resort. In lontananza di intravede un beach boys e le sue bancarelle 

Dall'altro lato però con loro è possibile fare le stesse attività che vengono offerte dai tour operator degli hotel, spesso a prezzi nettamente inferiori e con risparmi notevoli sulle stesse identiche escursioni proposte all'interno della struttura turistica che vi ospita. Nasce così uno scontro di mercato fra "quelli dell'hotel" che vi descriveranno i beach boys come pronti a fregarvi, mentre questi ultimi risponderanno evidenziando la scorrettezza dell'Hotel de dei suoi metodi terroristici.

A quanto pare, parlandoci insieme, solo gli italiani cagano minimamente i beach boys, probabilmente perché sono gli unici che ci vedono qualche opportunità e non solo imprevisti. In alcuni casi è effettivamente così. Tutti hanno dei nomi improbabili, facili da ricordare per gli italiani, come Peperone, Alfonso, Avvocato Luca, Ligabue, Vento di Mare, Cioccolatino, ecc.

Noi non abbiamo fatto le stesse escursioni più volte, abbiamo organizzato il Safari con Tony Manero. E' quindi difficile paragonare gli stessi servizi con quelli dell'hotel; avendo però scelto alcune attività con i beach boys e altre con l'hotel, ho notato piccolissime differenze a livello di organizzazione a favore dell'hotel - tipo pullman di trasferimento più figo - differenze che però non giustificano affatto la differenza di prezzo, spesso nettamente superiore nel caso dell'hotel anche di centinaio di euro.

Da sinistra Tony Manero e l'Avvocato Luca/Ziro Epson

L'escursione più interessante per me è stata proprio una passeggiata sulla spiaggia con tre beach boys, dove abbiamo potuto osservare flora e fauna marina grazie alla bassa marea. Senza di loro sarebbe stato difficile individuare il pesce palla, le murene, gli "stronzi di mare", granchi, anemoni, uova di barracuda e molte altre interessanti creature marine. Un plauso dunque alla loro presenza in questo caso.

Il mitico pesce palla nelle mani di Silvio, altri beach boy

In definitiva, se volete risparmiare e vi interessa contrattare, i beach boys sono la manna dal cielo; se invece non volete nessuno che vi rompa le palle in maniera esorbitante e volete solo starvene tranquilli per qualche giorno, sono da evitare come la peste.

Safari, delusione su 4 ruote

Avevo poche aspettative sul safari che purtroppo per me sono state confermate sul campo: come volevasi dimostrare il safari è stata un'esperienza mediocre e priva dell'emozione che ci cuciono attorno i patinati cataloghi.

Quattro animali in croce da vedere, a volte da così lontano che senza un teleobiettivo o un binocolo non sarebbe possibile riconoscere un ghepardo da un dalmata con l'itterizia. Altre volte invece si riesce quasi solo ad immaginarli gli animali.

Una simpatica scimmia nelle fronde dello Tsavo Est

Si passano ore rinchiusi all'interno di una jeep, correndo su e giù per vedere animali che, dopo poche ore diventano ripetitivi. Il mio safari è durato due giorni, ma avrebbe potuto finire in 6 ore, visto che dopo tale tempo avevo già visto praticamente tutti gli animali più gettonati del parco Tsavo Est, tranne il leopardo che non si è fatto vivo.

Paradossalmente gli animali si vedono molto più da vicino e dettagliatamente in una delle tante puntate di SuperQuark o in uno zoo; è vero sono rinchiusi nelle gabbie e non nel loro ambiente naturale, ma se il vostro scopo nell'aver scelto un safari è quello di vedere gli animali da vicino, potreste restar molto delusi: durante il safari siete voi ad essere rinchiusi nel vostro veicolo e molti animali al vostro arrivo se la danno a gambe levate in men che non si dica.

Un elefante in libertà nello Tsavo Est: accerchiato dalle jeep, se la dà a gambe

Impossibile poi vedere gli insetti o i rettili, anch'essi parte integrante della fauna della savana: dalla jeep o dalle navette sempre in movimento il suolo resta un microcosmo irraggiungibile. Le uniche parti interessanti sono stati i pochissimi tratti a piedi, o il soggiorno al Voi Wildlife Lodge in mezzo alla savana, che offre un'interessante scorcio dall'interno del parco.

Safari Blu Sardegna 2: delusione su 4 remi

Anche in Kenya ecco la stessa, medesima, ripetitiva gita in barca, che viene proposta in qualunque località marittima allo scopo di portarvi nell'ennesima spiaggia unica al mondo. In questo caso la meta del Safari Blu è una zona chiamata Sardegna 2.

Che fascino può avere un luogo conosciuto praticamente con il nome di un altro luogo? Probabilmente si è trattata della peggior gita in barca che abbia mai fatto (e ne ho fatte molte, tutte uguali e una più ripetitiva dell'altra), se non fosse per il cibo, pesci e crostacei alla griglia cotti direttamente sulla spiaggia. Veramente eccellente, l'unico motivo per accettare l'escursione.

Safari Blu Sardegna 2: grigliata sulla spiaggia

Per il resto da dimenticare: mare mediocre, probabilmente favoloso se confrontato con Rimini, ma nulla di particolarmente entusiasmante in rapporto a molte altre spiagge. La stessa Sardegna è sicuramente in grado di offrire maggior varietà e interesse. Barca oscena: 10 persone circa ristrette in 4 metri quadrati; per preparare il tavolo per banchettare bisognava per forza scendere a mollo. Per non parlare del fondo di vetro sporco, da cui avremmo dovuto vedere la ricca fauna ittica. Appunto, "avremmo dovuto".

Da dimenticare anche l'intermezzo snorkeling, con la minor varietà di pasci mai vista, lontano da una qualunque barriera corallina degna di essere chiamata tale. Dunque programma abbastanza inutile e caratterizzato da noia e ripetitività; qualche sprazzo di flora e fauna ma poca roba.

Una delle barche usate per il safari blu sardegna 2

Come ciliegina sulla torta arrivano pure qui i beach boys, fra i maroni durante il bagno, capaci di affogare pur di volervi vendere l'ennesima pacchiana statuetta anche fra i flutti del mare. Ecco quindi dei favolosi inseguimenti a chi scappa più velocemente nell'acqua. Fortunatamente ad un certo punto si alza la marea, facciamo fagotto e ce ne andiamo, mentre io in cuor mio spero che la marea inghiotta i Bitch Boys.

Masai di plastica

I Masai sono stati un'altra delusione. Guardare il loro spettacolo non solo in hotel, durante la serata dedicata, ma anche al villaggio Masai che abbiamo visitato al ritorno dal safari, era come guardare uno show di canguri vestiti di rosso. L'attrazione principale era il salto in alto sul posto, accompagnato da versi inconsunti. Il tutto mi ha fatto venire in mente la recente definizione di Enrico Bertolino dei flash mob: "Un gruppo di persone che improvvisamente diventa pirla".

Terminata la noia dello spettacolo Masai, i protagonisti si trasformano in vucumprá e tentano di incularti vendendoti gli stessi gadget che puoi comprare nel negozio accanto alla metà del prezzo. Stile beach boys con quel tocco di tribale che non guasta mai.

In realtà il problema non è dei Masai, che sono comunque espressione di un popolo, di un'organizzazione e di una cultura particolari e capaci di suscitare un certo interesse. Il problema è il modo in cui vengono presentati al turista, con lustrini e scenette evidentemente di cartapesta, studiate ad hoc per chi vuole vedere qualcosa di folkloristico ma che, alla fine dello spettacolo, si ricorderà solo dei quattro salti e dei canti.

Tipica danza Masai al Garoda resort

Pensiamo alla visita al villaggio: basta informarsi un po' per scoprire che i Masai tradizionalmente non vivono nei villaggi; l'idea di un luogo di raccolta di un nucleo o più nuclei familiari però piace al turista. Nasce così un villaggio artificiale che non rappresenta la tradizione Masai ma solo un costrutto commerciale per far felici i visitatori, pronti ad essere spennati.

Costrutti poi aggravati dall'essere veramente poco affascinanti: mentre molte popolazioni ancora legate alle loro tradizioni tribali (come i Pasquensi) sono capaci di emanare ancora un certo grado di fascino, suppur tramite spettacoli più commerciali che culturali, i Masai del Kenya mi hanno trasmesso solo il latte alle ginocchia e mi sono sembrati più un fenomeno da baraccone o un distaccamento del Circo, piuttosto che rappresentare il vero e proprio tratto originario e folkloristico del Kenya. Già me li vedevo a Kenya's Got Talent, presi per il culo dal Rudy Zerbi di turno.

Marafa Canyon, i tramonti si allungano e le strade si accorciano

Il Marafa Canyon è un'altra interessante meta: un canyon formato da pinnacoli e rocce di sabbia compattata, denominato Hell's Kitchen per via di una leggenda del luogo, e anche per la temperatura molto alta.

Il canyon, data la sua conformazione e il particolare sviluppo geologico è interessante, soprattutto per l'escursione molto approfondita che la guida del posto (Cioccolatino) ci ha offerto. Tanto approfondita che ci siamo ritrovati improvvisamente a dover scalare pinnacoli e sentieri a dir poco proibitivi: della serie "se metti un piede male, cadi e muori". Alla faccia della sicurezza.
Con noi c'era anche un'altra coppia di turisti, fra cui una sorta di incrocio tra Reinhold Messner e Mauro Corona. Tipo pittoresco, uno di quelli che conclude qualunque frase con un retorico rafforzativo "Hai Capito?", rispondendosi poi praticamente da solo.

Le suggestive gole del Marafa Canyon / Hell's Kitchen

Il momento più spettacolare dovrebbe essere il tramonto. Dovrebbe perché dopo due e più ore e mezza di jeep - originariamente erano previsti 40 minuti che si sono misteriosamente dilatati - più una bella sfacchinata in mezzo al canyon, non è stato possibile goderselo. Eh sì, perché verso le 18, quando il sole era ancora bello alto nel cielo, siamo tornati indietro (decisione della guida). Addio tramonto.

Alcuni sentieri scoscesi del canyon, da percorrere tutt'altro che in sicurezza

In un certo senso è stato meglio così viste le strade terrificanti del Kenya senza luce, strisce o segnaletica, niente di niente. Le strade sterrate sembrano reduci da una guerra di trincea o dal passaggio di alcuni Tremors.

Sulle pochissime strade di asfalto la cosa non migliora: l'assenza della striscia di mezzeria di notte crea un effetto sorpresa inquietante, essendo impossibile distinguere se la macchina che proviene dalla direzione opposta é pronta ad un bel frontale oppure no. Gente che sorpassa a caso e altri che si buttano fuori strada per evitare l'impatto, oppure anarchia e ingorghi a caso sono all'ordine del giorno e della notte.

Il vero Mal D'Africa

Tutti noi abbiamo visto immagini o documentari della vera Africa: non quella delle spiagge e dei beach boys, ma quella che emerge nell'entroterra sterrato e incontaminato, l'Africa dei villaggi costruiti con case di fango, dove gli abitanti percorrono chilometri a piedi nudi per pochi litri di acqua, vivendo senza corrente e nell'essenzialità più estrema.

Durante le nostre gite abbiamo avuto l'opportunità di visitare queste zone, o solo di passarvi accanto, chiusi nelle sicurezze della nostra jeep, quasi a proteggerci dalla povertà e dalla miseria dei luoghi che attraversavamo, sicuri delle 4 ruote che ci avrebbero riportati in hotel.

Eppure quella è la vera Africa, quella dei bambini che urlano "Ciaoooooo!" mentre odono giungere le jeep, inseguendo la speranza che il mezzo si fermi per lasciare qualcosa nelle loro mani già consumate, un biscotto, oppure un semplice pacco di farina, una maglietta o qualunque cosa possa portare un briciolo di gioia nei loro sguardi.

Un bimbo ha appena messo le mani sulla sua penna

Una madre con il figlio in braccio

Sguardi ricchi di orgoglio e spesso già di per sé persi, intensi e insostenibili, oppure gioiosi, felici di vedere il "bwana" scendere dal mezzo per distribuire qualcosa, perché comunque "poco è sempre meglio di niente" come diceva un beach boy. Mi hanno colpito quegli sguardi a volte vuoti e disperati, freddi e glaciali, a volte carichi di vita, di gioia e speranza, stampati su visi senza età anagrafica.

Sguardi come questo non necessitano di parole

Sono stati forse questi gli istanti più significativi della mia permanenza in Kenya, istanti che evidenziano la fondamentale contraddizione nel passare nove giornate in un hotel, riempiendosi la pancia in ogni momento, mentre a pochi minuti di macchina alcuni bambini fanno ordinatamente la fila per potersi gustare un solo semplice biscotto, che per loro può valere quanto un intero buffet.

Alcuni bimbi fanno la coda per il loro biscotto

I viaggi sono fondamentalmente beni di consumo istantanei: esaurito il periodo, si ritorna a casa e di quelle giornate - checché se ne dica - resta poco o nulla, se non un portafoglio più alleggerito e qualche fotografia, il più della volte foto ricordo, scattate proprio per dare maggior concretezza ad un'esperienza che si consuma come un fiammifero. Nella maggior parte dei casi è così: ogni viaggio, una volta bruciato, non è che un cumulo di cenere che sporca le nostre memorie.

Espressioni che trasudano di intensità...

Poche sono le esperienze che lasciano davvero un solco, prescindendo dalla varie ciance fra cui rientra anche il famoso mal d'Africa, altra invenzione del marketing, instillato più per suggestione che per realtà.

Ma anche di speranza

Il mal d'Africa esiste, ma non è nell'animo dei turisti che tornano a casa e vengono colti dalla classica sindrome post vacanza, resa nota da alcuni spot Costa Crociera; il Mal d'Africa, quello vero, è lì, negli occhi e nella voce di quelle persone che ti accolgono spesso con un caloroso "Ciao!" e, nonostante tutto, tengono duro e cercano Dio.


Never Give Up
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