2012/09/11

Inquinamento visivo sociale e digitale

Un esempio fra le migliaia di foto ogni giorno caricate online
Proprio come l'accesso alla penna e alla carta non ha prodotto migliaia di Shakespeare o Nabokovs, questa esplosione di telefoni cellulari con fotocamera non sembra aver portato a più Dorothea Langes o Henri Cartier-Bresson. Ma ha certamente portato a molte più immagini di quello che la gente ha mangiato a pranzo.
In questa frase di James Estrin, curatore del blog fotografico del The New York Times è concentrato il succo del suo interessante post che, in soldoni, discute il fatto che l'addizione cameraphone+social network ha portato al proliferare di fotografie del cazzo, come ad esempio l'immagine qui sopra, scattata dallo stesso Estrin con un iPhone, pubblicata sui vari social network e ricoperta da "mi piace" di ogni genere.

Estrin elabora il concetto:
Una fotografia non è più prevalentemente un modo per conservare un prezioso ricordo di famiglia o anche uno strumento di apprendimento su luoghi o persone che altrimenti non incontreremmo. Ora è soprattutto una pacchiana moneta di scambio nell'interazione sociale e un modo di guardare ancora di più nel proprio ombelico.
Il reporter del NYT non è molto indulgente con quella che è diventata oggi la fotografia, in un'evoluzione che è prima figlia della digitalizzazione e poi della socializzazione dello scatto. Dove poterà tutto ciò? Estrin ipotizza due strade:
1. Il florilegio di fotografi porterà milioni di persone a pensare più visivamente e potremmo essere in grado di educare un tipo di pubblico adatto ad  immagini documentaristiche e di foto-giornalismo;
2. Saremo bombardati da così tanti stimoli visivi attraverso il web e i social media che diventerà quasi impossibile emergere dal diluvio di immagini. E se a tutti piace tutto, nessuno fotografia è migliore di un'altra.
Estrin non si esprime, mi pare però di capire che l'ipotesi numero due sia quella su cui lui scommetterebbe.
L'aspetto forse più interessante della tematica è il suo collegamento al concetto di "visual pollution", inquinamento visivo, che paragona gli stimoli visivi che spesso vengono offerti sui social network a particelle inquinanti simili allo smog che infesta le città. 
Così come in mezzo a tutto quello schifo è difficile trovare della buona aria di montagna, allo stesso modo in mezzo alle centinaia di immagini pietose è dura individuare quelle meritevoli.

Qualcuno potrebbe obiettare che, grazie ai meccanismi dei social network, le immagini di valore emergeranno comunque grazie al consenso comune; qui sta l'inghippo: senza interrogarci troppo sui concetti, emergeranno le più popolari, non le migliori.

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