2013/02/18

Spotify e la musica in streaming: come cambia la musica oggi

Parte della mia veneranda collezione di CD

La musica, una volta necessariamente abbinata ad uno specifico supporto, ha forse completato la sua polverizzazione e con servizi come quello offerto da Spotify ha cambiato veste, diventando semplicemente un flusso diretto, a sé stante, slegato dalla materialità che ha sempre fatto da contorno - talvolta feticistico - alla fruizione musicale nel tempo.

Spotify non è nato ieri, ma è arrivato da pochissimo in Italia, come sempre ultima ruota del carro della tecnologia. Il servizio è semplicissimo: consente di accedere all'ascolto di milioni di brani online in maniera illimitata, al costo di 9.90 euro al mese, un costo inferiore a quello di un odierno CD. Un concetto impensabile fino a pochi anni fa: a me non sarebbe mai venuto in mente di poter accedere a tutta la musica desiderabile in maniera libera, senza doverla acquistare direttamente.

Oggi più che mai la mia collezione di CD, raggruppata con fatica (e spese) nel corso di 15 anni circa, si manifesta in tutta la sua inadeguatezza e anacronismo. Per anni ho acquistato CD dando vita ad un mia personale raccolta, investendo anche molte lire prima, ed euro poi. Ricordo che al picco della mia foga collezionistica, eBay era diventato una sorta di dipendenza da "casinò" online: trascorrevo lunghe ore alla ricerca di rarità o di super offerte, arrivando anche a puntare la sveglia nel cuore della notte per poter seguire la chiusura di un'asta per un determinato disco.

E dopo le notti insonni, o soldi spesi ad inseguire edizioni rare e versioni giapponesi... che succede oggi? Succede che chiunque può accedere a quella stessa musica che io ho faticosamente acquistato settimana dopo settimana... con soli 9.90 euro al mese. Una considerazione che mi lascia abbastanza basito ogni volta che ci penso attentamente; anche se con un po' di orgoglio posso dire che molte produzioni più di nicchia e meno commerciali non si trovano su Spotify e per ascoltarle devo sempre rivolgermi al caro vecchio scaffale dei compact disc.

Passato lo sconforto, però, per un appassionato di musica come me utilizzare Spotify conferisce una sensazione di onnipotenza. Inizialmente ero scettico, pensavo "che sarà mai?" ma poi ho dovuto ricredermi: per la prima volta nella mia vita mi è sembrato davvero di avere a disposizione una libraria musicale infinita capace di piegarsi ai miei desideri, senza dover acquistare un CD, un EP, un mp3 o qualunque altra cosa. Ho voglia di ascoltare Tunnel of Love dei Dire Straits? Basta cercarla, trovarla e cliccare "riproduci" e ascoltarla. Stop. Volere, potere e riprodurre.

Il modello di Spotify è davvero rivoluzionario perché cambia e modifica gli equilibri fra ascoltatore e fruizione. Fino ad oggi per ascoltare musica avevo solo due possibilità: la prima era ascoltare la radio, usufruendo di musica illimitata ma senza la possibilità di scegliere: ascoltavo quello che mi propinava la stazione radio, comprese le fesserie dei DJ. Per questa ragione io sono sempre stato poco amante della radio, per me potrebbero fallire anche domani.

La seconda era l'acquisto: musica limitata, dallo spazio, dal tempo e soprattutto dal portafoglio, ma almeno posso scegliere da me cosa ascoltare. Sono le due forme di ascolto che hanno sempre diviso e congiunto il pubblico e che hanno trovato forse la massima espressione nell'abitacolo delle automobili.

Nel corso del tempo non ci si è mai discostati più di tanto da questo modello; lo stesso iTunes Music, capostipite della rivoluzione digitale musicale, non si è spinto molto oltre, limitandosi a cancellare il supporto fisico ma mantenendo la stessa tipologia di business, legato al possesso: se compro un CD, un vinile o una traccia mp3, la musica non cambia, quella musica è "mia", è lì, sul mio scaffale, sul mio computer o sul mio cellulare.

La rivoluzione di Spotify è però "Copernicana": con la musica in streaming, illimitata, non esiste più il possesso, non c'è più un legame privato e diretto fra l'ascoltatore e il brano che si ascolta. Basta lanciare il programma, cercare il brano e ascoltare. Il brano è lì, pronto per essere scelto, ma non è più mio: è semplicemente a mia disposizione. Posso ascoltare tutti i brani e allo stesso momento non ne possiedo più nessuno.

In questo scenario Spotify rappresenta forse il connubio fra la radio e l'ascolto privato: spesso mi sono ritrovato in macchina a chiedermi "Oggi ascolto la radio o questo CD?". E il desiderio assoluto sarebbe stato quello di avere a disposizione una mia radio personale, illimitata, controllata da me e non da qualche altro DJ fetecchioso, pronto a propinarmi brani improbabili che non mi sarei mai sognato di ascoltare.

Probabilmente la rivoluzione è solo all'inizio: servizi come Spotify potrebbero avere un impatto ancora più forte sulla maniera in cui ascoltiamo musica, lontana anni luce dal vecchio concetto di "album" che tutti hanno imparato a conoscere; potrebbe poi avere un impatto economico non indifferente, dato che rema contro il concetto di possesso, da sempre alla base dell'intera industria musicale. Tutto questo grazie ad Internet.

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